lunedì 29 giugno 2009

Chiusura

Era nell'aria già da un po' come avrete intuito... purtroppo non riesco a portare avanti questo progetto come vorrei a causa del poco tempo libero a mia disposizione. Magari in futuro lo riaprirò, chissà come vanno le cose nella vita... Ringrazio chi ha collaborato a questo progetto e ovviamente tutti i lettori. In ogni caso non cancellerò questo spazio web, quindi se avrete voglia potrete rileggere tutti i vecchi post, anche se non sarà più possibile commentarli.
Statemi bene!
Alessandro Balossini

martedì 17 marzo 2009

Scacchi e Poker

Ricevo e pubblico questo interessantissimo articolo di Dante Leoni, admin del noto sito pokerlisting, sul rapporto tra scacchi e poker, due giochi diversi per molti aspetti, ma molto simili per altri.

Si sente parlare spesso, nel mondo del poker, delle similitudini col gioco degli scacchi. A molti scacchisti forse una simile affermazione può far saltare sulla sedia, ma è innegabile che ci siano punti in comune fra le due discipline. A prescindere dalla diversa scala di complessità e profondità, negli scacchi e nel poker si usano strategie mentali molto simili. Oltre alla definizione come giochi di abilità e destrezza che si accomuna, è il lato psicologico ad avere le maggiori similitudini. Sia in una sala da poker sia negli scacchi si deve avere la capacità di anlisi necessaria per studiare le intenzioni dell'avversario senza lasciarsi ingannare e riconoscere possibili trappole. Sia gli scacchi che il poker sono dei giochi in cui l'intelligenza è l’arma primaria che un giocatore deve utilizzare per battere il suo avversario, ma in cui spesso è la capacità psicologica ad essere davvero vincente. Alcuni giocatori di poker si basano sulle tattiche di gioco del matematico e professionista di scacchi tedesco Emanuel Lasker, uno dei più grandi teorici della psicologia applicata al gioco. Lasker cercava di capire i punti deboli dei suoi avversari non soltanto studiando ogni movimento e prevedendo possibili mosse future, ma soprattutto confondendo e mettendo in uno stato di soggezione il rivale. Tutte strategie che interessano il mondo del poker e che permettono a giocatori professionisti di vincere tornei anche senza avere combinazioni forti.
Non è un caso che molti professionisti di poker hanno un passato da scacchisti. Ylon Schwartz, Ivo Donev o Howard Lederer sono passati dalla scacchiera al tavolo verde, portando con sé lo stesso approccio. Ylon Schwartz non manca di sottolineare, nelle interviste, come la memoria sia uno degli strumenti più forti che scacchisti e giocatori di poker usano per analizzare gli avversari.
Ma il contributo degli scacchi al mondo del poker non si limita alle tattiche mentali e psicologiche. Personaggi come Howard Lederer, chiamato anche il "professore" per la calma e la pazienza che mette quando gioca a poker contro i suoi avversari, hanno decisamente contribuito a dare un'aria un po' più intellettuale e austera a un ambiente solitamente leggero. Probabilmente il poker non sarà mai associato alla strategia e all'intelligenza pura come avviene con gli scacchi. Ma se viene sempre più considerato un gioco mentale più che un gioco d'azzardo, il merito è anche degli amanti della scacchiera.
Dante Leoni

venerdì 21 novembre 2008

Boris Spassky


Pubblico questo bell'articolo su Boris Spassky di Fabio Lotti, già pubblicato in passato nella rivista "L'italia scacchistica". Ricordo che questi articoli sono pubblicati in seguito ad accordi con l'editore; è quindi vietata la distribuzione o la vendita. Buona lettura!

Inutile negarlo. Durante il match contro Fischer per il titolo mondiale del 1972, svoltosi nella gelida Reikjavik, ero tra quelli che si sbracciavano per l’asso americano. Spassky nemmeno lo consideravo. Era stato messo lì per essere immolato sull’altare della dea Caissa. Punto e basta. Anche se lui avrebbe fatto di tutto, e lo fece, per evitare l’olocausto. In seguito, come succede spesso nella vita, mi sono un po’ pentito di quella specie di astio nei confronti non solo di un grande campione ma anche di un grande uomo. Sempre sereno, aperto e dignitoso. E la sua esistenza, simile a quella di molti altri campioni, non è certo stata tutta rose e fiori. Anzi, se c’è un elemento comune a tanti cervelloni della scacchiera, e se ne sarà reso conto chi mi ha seguito nei miei “profili”, è proprio il contrario. E il nostro Boris non fa eccezione. Nato il 30 gennaio 1937 a Leningrado si ritrova, da piccolo, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale. La famiglia è costretta a fuggire a Mosca per ritornare nella città natale dopo cinque anni. La tragedia la spezza. I tre bambini, di cui egli è il secondo insieme ad un fratello più grande e ad una sorella più piccola, rimangono con la madre maestra, mentre il padre, ingegnere, si disinteressa quasi completamente di loro. Il rapporto con gli scacchi è casuale, impara le mosse a cinque anni, a nove si iscrive al Palazzo dei Pionieri di Leningrado dove incomincia a giocare in maniera sistematica. E, soprattutto, ha la fortuna di un istruttore come Vladimir Zac che capisce ed asseconda il suo talento. Boris è un concentrato di emozione e di freddezza e dopo una sconfitta capace di arrabbiarsi e perfino di piangere. La sua reputazione incomincia a salire dopo il 1950 con una serie di buoni risultati fino a conseguire il terzo posto ad Amsterdam nel torneo dei Candidati del 1956. Però non riesce a esplodere definitivamente, come è stato più volte sottolineato dai maggiori critici, per una certa immaturità psicologica e perché non gode pienamente dei favori del Palazzo che desidera seguire ed aiutare allievi più docili e malleabili. Nel 1963 lascia il suo allenatore Tolush, troppo focoso, sostituito da Bondarevsky e i risultati si vedono! Campione URSS nello stesso anno,vittoria ex aequo con Smyslov, Tal e Larsen all’Internazionale di Amsterdam del 1964. Nel 65 sconfigge Keres (sei a quattro), Geller (cinque e mezzo a due e mezzo) e infine Tal (sette a quattro) soprattutto per merito di un Gambetto inventato da quello spilungone statunitense di Frank Marshall sul quale prima o poi dovremo pur dire qualcosa, giungendo a sfidare Petrosian nel 1966. "Spompato alla meta?" si è chiesto qualcuno colpito dalla forza degli avversari e dalla durezza degli incontri. Stanco sì, ma non disfatto. Si prepara a dovere, pensa anzi di sfruttare la sua resistenza essendo più giovane, è entusiasta ed ottimista. Ma fa i conti senza l’oste perché Petrosian non è certo stato a guardare. Ecco cosa confida nell’intervista rilasciata a Juri Averbakh quando il match con Spassky sta per terminare "La mia preparazione è cominciata molto tempo prima dell’inizio del match. Spassky non aveva ancora terminato la finale dei Candidati con Tal che io avevo già elaborato con il mio allenatore un dettagliato piano di preparazione. Dapprima ho esaminato le mie partite al microscopio, poi sono andato a Tblisi per studiare da vicino i miei potenziali avversari. Una volta chiaro che Spassky avrebbe avuto la meglio, sono ritornato a Mosca e mi sono subito messo ad analizzare le sue partite…" ("Petrosjan oltre i confini della teoria" Prisma, Roma 1998, pag.197). Spassky si batte bene, resiste ma perde dodici e mezzo a undici e mezzo.
Nel secondo scontro per il titolo mondiale del 1969 il nostro Boris, ancora più forte di prima (ricordiamoci che si è sbarazzato di pretendenti al trono del calibro di Geller, Larsen e Kortchnoi) riesce perfino ad analizzare e capire la psicologia dell’avversario dai suoi atteggiamenti durante le partite: "Nel 1966 facevo molta fatica a capire lo stato d’animo di Petrosian, ma nel 1969 ero in grado di comprendere ogni suo gesto. Tutti sanno che tra una mossa e l’altra molti giocatori fanno qualche passo attorno al tavolo: quando Petrosian aveva paura di me, per esempio, camminava su e giù con aria fiera e altezzosa, come Napoleone, ma quando invece passeggiava tranquillamente, io sapevo che in quel momento era molto pericoloso: era come una tigre che se ne stava acquattata, pronta ad assalirmi. Per me erano informazioni importanti." ("La parola ai campioni del mondo" di Jakov Estrin, Prisma, Roma 1993, pag.145). Non è una passeggiata perché il nostro Tigran è sempre stato una roccia ma il punteggio di dodici e mezzo a dieci e mezzo non lascia dubbi. E’ al culmine del successo, il suo gioco "universale" lodato da tutti. Arrivano come perle la sua splendida vittoria contro Larsen a Belgrado nel 1970 e, sempre nello stesso anno a Siegen, quella contro Fischer. Già Fischer. Come è andata nel 1972 nella gelida Islanda lo sanno tutti. E’ stato detto e ripetuto millanta volte ed anche il sottoscritto ha intonato il suo peana in onore del grande Bobby in un precedente "profilo" a lui dedicato. Siedono di fronte l’Eroe e l’Antieroe per eccellenza, la democratica, aperta e libera America contro la chiusa, ottusa ed opprimente Unione Sovietica. C’è di che mandare in sollucchero tutti i patiti quadrettati di questo mondo e far risuonare fanfare massmediatiche più altisonanti del coro dell’Aida. Un vero successo mondiale per gli scacchi e per l’asso americano che si incorona con dodici punti e mezzo a otto e mezzo come era stato previsto dall’americano Byrne! Spassky fa la sua parte e non può fare meglio contro una furia scatenata nel pieno della sua energia vitale. La "Sfida del secolo", riportata da Mario Monticelli in un libro della Mursia dalla smagliante copertina rossa, ha incoronato il suo Re. Bello, elegante, strafottente. Che non manterrà le sue promesse.
Spassky comunque non demorde e nel primo match di qualificazione per la candidatura al titolo mondiale svoltosi a San Juan demolisce completamente l’americano Byrne (sì, proprio quello della funesta profezia!) con il punteggio di +3=3-0, e incomincia assai bene anche contro il giovane Karpov sconfitto per mezzo di una bella Siciliana. Che è anche l’ultima, perché Karpov in seguito adotta ripetutamente la tosta Caro Kann mettendo in crisi il suo illustre avversario. La contesa termina velocemente con un secco +4=6-1 che non ammette replica.
Da questo momento la vita scacchistica di Spassky rientra nella normalità tipica di quella di tanti altri Grandi Maestri: qualche bella vittoria contornata da deludenti prestazioni, e non mi voglio nemmeno soffermare sulla patetica rivincita con Fischer giocata nel 1992 ( rimando, semmai la curiosità del lettore al libro "Fischer-Spassky Vent’anni Dopo" di Pein, Levitt e Davies pubblicato dalla Prisma). Non ne vale la pena. Vale la pena, invece, sottolineare la personalità genuina e sincera di questo campione "antieroe", la sua istintiva simpatia, la sua curiosità intellettuale che spazia dall’arte alla letteratura, la sua innata cortesia. Il suo sorriso aperto di persona perbene. Della quale, credetemi, c’è tanto bisogno.
Fabio Lotti

giovedì 20 novembre 2008

Profilo: Emanuel Lasker

Claudio Reggiani mi ha inviato un ottimo articolo sul grande Lasker. Si tratta di una traduzione da questo pezzo in lingua inglese pubblicato su chess corner. Vorrei però spendere qualche riga sul bel progetto di Claudio, il sito Giocare a scacchi. Si tratta di un ottimo spazio sul nostro gioco con articoli che affrontano l'argomento da un punto di vista sportivo e teorico. Non mancano funzionalità extra come la scacchiera d'analisi, il forum, sondaggi e tante altre belle cose che vi invito a scoprire da soli. Il sito è ben curato anche dal punto di vista grafico. Per quanto riguarda questo spazio posso finalmente dire che riparte ufficialmente anche se in "versione ridotta", nel senso che rimarrà costantemente aggiornato ma non con la formula del post al giorno. Probabilmente cambierà anche il concept ma preferisco non anticipare niente. Per ora godetevi l'articolo su Lasker e tornate domani per leggere un nuovo profilo di Fabio Lotti!

Emanuel Lasker è nato a Berlinchen, in Germania il 24 dicembre 1868 (ora Barlinek, Polonia). Il suo insegnante di scacchi fu il fratello Berthold, più vecchio di otto anni, il quale giocò qualche torneo nei primi anni del 1880 e 1890 e si rivelò un forte giocatore per il suo tempo. Intanto Emanuel frequentò la scuola a Berlino per sviluppare le sue capacità matematiche, fino a perfezionarle all'università di Erlangen. I due fratelli erano poveri, ma ben presto riuscirono a guadagnare qualche soldo sfidando altri scacchisti nei locali di scacchi.
Nel 1892 raggiunse il suo primo importante successo in un piccolo, ma forte, torneo di Londra, dove arrivò primo con mezzo punto di distacco da Blackburne. Lasker giocò poi un secondo match contro Blackbourne e la sua incontrastata vittoria lo convinse della possibilità di diventare campione del mondo. Egli sfidò allora Tarrash, ma l'invito fu declinato, perchè il matematico non aveva ancora vinto un importante torneo.
Lasker si diresse negli USA per sfidare Steinitz per il titolo mondiale, divenne Campione del Mondo di scacchi all'età di 25 anni a Montreal e fu capace di mantenere quel titolo per 27 anni, il periodo più lungo di un campione mondiale di scacchi ufficialmente riconosciuto. Comunque, ci sono alcuni dubbi su chi fosse il miglior giocatore. L'opinione generale era che Steinitz, all'età di 58 anni, perse a causa della sua avanzata età e della sua insonnia. Tarrash disse: "Secondo me il match Steinitz - Lasker ha avuto un'importanza maggiore rispetto a quel che si meritava." Il fatto che Lasker non abbia vinto un importante torneo, prima dell'incontro contro Steinitz, non gli ha permesso di proclamarsi Campione del Mondo facilmente. Tarrash, che aveva avuto il miglior risultato nei tornei, richiese un titolo separato. Un nuovo campionato iniziò ad Hasting nel 1895 e si credeva che il vincitore sarebbe stato Lasker, Tarrash o Steinitz. Sorprendentemente il leader fu Harry Nelson Pillsbury, un giocatore americano, che complicò ulteriormente la questione per l'assegnazione del titolo, così più tardi i cinque migliori giocatori di Hastings (Pillsbury, Tchigorin, Lasker, Tarrasch e Steinitz) furono invitati ad un esclusivo torneo a San Pietroburgo, ma purtroppo Tarrash non potè accettare l'invito per un impegno professionale.
A San Pietroburgo Lasker vinse con due punti di vantaggio su Steinitz, che raggiunse il secondo posto. Ad ulteriore conferma del risultato, nel campionato mondiale a Mosca del 1896 Lasker vinse contro Steinitz con un punteggio di 12.5 - 4.5, il gran risultato di Lasker non lasciò più alcun dubbio sul nuovo detentore del titolo mondiale di scacchi.
Lasker ha sempre richiesto un ingente somma per la sua presenza nei match, poichè era stato testimone delle condizioni di affranta povertà di Steinitz e di altri giocatori, pertanto voleva che le condizioni migliorassero per i futuri giocatori di scacchi. Inoltre propose che ogni giocatore dovesse detenere il copyright sulle partite che disputava. Comunque, nonostante i suoi sforzi, egli stesso morì in miseria.
Ai primi del 1920 iniziarono estenuanti trattative tra Lasker e José Raúl Capablanca per organizzare l'incontro valido per il titolo mondiale. Alla fine, ottenuto un ingaggio di 11.000 dollari, il cinquantaduenne Lasker accettò di giocare a L'Avana su un limite di 24 partite; il torneo iniziò il 15 marzo 1921 ma bastarono 14 partite per concluderlo: il 27 aprile Lasker perse il titolo di campione del mondo, abbandonando l'incontro dopo 4 sconfitte e 10 patte, lamentando problemi di salute.
Lasker non voleva fare degli scacchi la sua principale occupazione, anche durante gli anni migliori egli proseguiva i suoi studi in matematica e filosofia, discusse con Albert Einstein la teoria della relavitivà. Dopo il Campionato del Mondo Lasker ritornò a lavorare in accademia ed a giocare a Bridge a livello internazionale. Nel 1933, a causa del regime fascista fu costretto ad abbandonare la Germania, senza denaro, cosìcchè nel 1934, all'età di 65 anni, tornò nello scenario scacchistico e dimostrò ancora un buon gioco. Alla fine si spostò definitivamente a New York, dove morì l'11 gennaio 1941 per una malattia ai reni all'età di 72 anni.

sabato 18 ottobre 2008

Il secondo ed il terzo delitto

Le prime scoperte sulla morte della povera Maria furono anche le ultime. Non riuscimmo a trovare nulla di nulla che ci potesse essere di aiuto per le indagini. La ragazza non aveva nemici e il suo fidanzato, l’unico che in qualche modo assai remoto potesse essere sospettato aveva, invece, un alibi di ferro. Come se non bastasse a questo se ne aggiunsero altri due a quindici giorni di distanza l’uno dall’altro. Una vera mazzata. Ve li racconto in maniera succinta, perché se mi ci soffermo troppo, di sicuro mi scoppia un’ ulcera.
Ero in ufficio insieme a Manganelli, mi pare di venerdì del mese di…di…non ricordo bene.., ad interrogare un gruppo di ragazzacci dai quindici ai vent’anni che erano stati sorpresi a bruciare le macchine nella zona di San Prospero della mia città. Un passatempo, come quello di gettare i sassi dai cavalcavia, che allora andava tanto di moda nel nostro paese.
“Chi di voi è il capobanda?”. I delinquentelli si guardarono fra loro accennando ad un tipo dai capelli a spazzola basso e tarchiato che si alzò dalla sedia con un sorrisetto ironico.
“Mi sembra che non abbiate capito dal vostro atteggiamento la gravità della situazione. Tu dunque, saresti il capo di questa combriccola?”. Il ganzetto aprì le mani in segno di assenso facendolo seguire da una sfrontata biascicatura di cilingomma.
“Bene, bene vedo che sei un osso duro. Intanto butta via nel cestino codesta robaccia che hai in bocca”. Il tono non ammetteva repliche. Il capobanda sorrise, dette uno sguardo ai suoi affiliati, poi tolse di bocca la gomma, la mise tra l’indice e il pollice e la scagliò direttamente nel cestino centrandolo in pieno. Poi si dondolò spavaldo sulle anche.
“Bel colpo. Come bello è stato quello di bruciare le macchine. Solo che il primo non vi costa nulla, mentre il secondo vi costa qualche annetto di galera”. Qualche ragazzaccio incominciò a sbiancare, mentre il capello a spazzola sorrise ancora, anche se in maniera meno convincente.
“Tuttavia prima di sbattervi tra le sbarre mi piacerebbe conoscere il motivo di questa bravata. Tu come ti chiami?”.
“Franco”.
“Allora Franco, perché avete bruciato quelle macchine?”.
“Ma…non saprei, per passatempo, la sera ci si annoia, la solita vita, le solite cose. E poi lo avevano già fatto a Roma e a Parigi…”
“Certo, non era bello rimanere indietro. Siena non doveva essere da meno…”.
“Insomma, commissario, per provare qualche emozione”.
“Come sono cambiati i tempi!” intervenne Manganelli che li stava osservando con gli occhi torvi. “Io, quando ero giovane, per avere una sferzata di adrenalina, andavo a rubare le ciliegie. Una volta il contadino mi acciuffò e mi dette una di quelle scariche di legnate…”.
“Manganelli! Ti pare il momento di raccontare le tue bravate? Qui siamo di fronte ad un fatto grave, gravissimo…”.
“E’ vero, commissario. Ma dico, ragazzi, non ve ne rendete conto?”. La frase del mio braccio destro cadde nel vuoto perché proprio in quel momento bussarono con insistenza alla porta.
“Avanti!”.
“Commissario, mi scusi se la interrompo, ma nei giardini di Vico Alto è stato trovato un cadavere”.
La notizia mi colpì come un pugno di Tyson al basso ventre. Non svenni per volontà degli dei e per la prontezza dei riflessi di Manganelli che, nonostante la pinguedine, fu pronto a sorreggermi. Ci recammo nel luogo indicato lasciando la banda dei teppisti sotto la custodia del Pasquini. Arrivammo nella zona suddetta a sirene spiegate come aveva voluto il mio salvatore. D’altra parte ogni tanto bisognava che gli dessi soddisfazione. E l’occasione forse se la meritava. Ad attenderci c’era già un bel capannello di gente curiosa che circondava una panchina vicino alla quale stava per terra un signore. Al nostro arrivo tutti si voltarono verso di noi.
“Largo, largo! Lasciate passare la polizia!” gridò Manganelli con volto accalorato. Poi, rivolgendosi ad altri tre sottoposti che erano venuti con noi, “Tenete lontana la gente, mandatela via. Non vogliamo nessuno intorno”.
“Chi ha scoperto il cadavere?”.
“Manganelli, ti vedo vispo e pimpante e ciò ti fa onore. Ricordati, però che ci sono anche io”.
“Mi scusi, commissario, mi ero lasciato prendere…”.
“Non lasciarti prendere. Calma e sangue freddo. Dunque chi ha scoperto il cadavere?”. Si fece avanti un signore anziano con gli occhiali e dal viso spiccicato a quello di una tartaruga delle Galapagos.
“Io” rispose debolmente, diventando un po’ rosso dall’emozione. “Mi sono avvicinato a questa panchina dove era seduto…era seduto quel signore…Mi scusi…”
“Sono il commissario Marco Tanzini, non si preoccupi, capisco la sua agitazione. Parli con calma. Si prenda tutto il tempo che vuole”.
“Sa, sono vecchio e…”.
“Il commissario ha detto che la capisce, signor…?” chiese Manganelli.
“Mi chiamo Quinto Carlesi”.
“Bene, vada avanti”.
“Dunque…mi sono avvicinato alla panchina dove quel signore sembrava che dormisse ripiegato su se stesso. Mi sono messo a sedere vicino a lui. Poi, appena l’ho toccato con il braccio, è caduto disteso in avanti. Ho come avuto un tuffo al cuore, commissario. Mi è venuta una paura…”.
“La capisco, la capisco…”.
“Il cuore ha incominciato a battermi forte, commissario, lei mi capisce…a questa età…”.
“Il commissario ha già detto che la capisce!” intervenne Manganelli con un tono un po’ alterato.
“Manganelli, lascia stare…”.
“Lascio stare, ma questo insiste…”.
“E’ un povero vecchio. Un po’ di comprensione, via. Senta, signor Quinto, per caso ha visto qualcuno prima di lei seduto su questa panchina, o comunque qualcuno che parlasse con il…insomma con quello che è poi caduto?”.
“No, non mi pare”.
“Ci pensi bene”.
“Il commissario le ha chiesto se ha visto qualcuno prima e non dopo che si è messo a sedere!” urlò quasi Manganelli.
“Via, ora stai esagerando”.
“Commissario, ma questo non capisce…”.
“Vorrei vedere te alla sua età”.
“Intanto ci devo arrivare”.
“Anch’io. Grazie, signor Quinto. Prima di andare via lasci le sue generalità…”.
“Che cosa?”.
“Pensaci te, Manganelli”.
Il cadavere dell’uomo che dai documenti si rivelò essere quello di Luigi Ermini, di anni settanta, abitante in via Sant’Angelo numero 5, era disteso davanti alla panchina con la faccia tesa verso terra. Il commissario lo rivoltò e mise a nudo il volto stropicciato dall’erba con un rigagnolo rosso che partiva dal naso. Evidentemente il colpo dovuto alla caduta aveva aperto qualche piccola ferita. All’infuori di questo particolare niente segni di violenza.
“La morte lo ha colto all’improvviso. Da una parte beato lui…” disse Manganelli
“Dall’altra beato te che giungi subito a conclusioni affrettate. Raccogli quel foglio che sembra l’involucro di una caramella e…e…”.
“Che cosa le prende, commissario?”.
“E…apri la sua mano destra che…”.
“Ha paura che contenga qualcosa?”.
“Lo temo proprio”.
“Ecco fatto. Diciamo che lei è un buon veggente. Glielo dico?”.
“Dimmelo”.
“Nella sua mano destra ho trovato una pedina, o meglio, un pedone nero degli scacchi, commissario”.
Non riferisco i miei commenti per pudore nei vostri confronti. Dico solo che feci arrossire perfino Manganelli. Dall’esame dell’involucro i miei esperti della scientifica arrivarono alla conclusione che esso contenesse una caramella la quale, a sua volta, conteneva un estratto della terribile Infida-mastellaria.
“Infida-mastellaria? Ma che roba è?” chiesi questa volta al nostro stimato Serbelloni.
“E’ una pianta velenosa che si coltiva soprattutto a sud del nostro paese. Essa colpisce la parte destra o sinistra del cuore”.
“Così, a suo piacimento?”.
“Come le torna meglio. La morte è quasi istantanea”.
“Non l’ho mai sentita nominare”.
“Sono piante nuove, moderne, ma terribilmente letali”.
E questo fu tutto, nel senso che non riuscimmo nemmeno questa volta a cavare un ragno dal buco. Ma non era finita lì. Passati più o meno quindici giorni, ecco un’altra tegola in testa. Questa volta non mi trovavo nel mio ufficio, me lo ricordo bene, ma a casa perché era domenica. Tra l’altro mi ero proposto di leggere qualcosa di divertente che mi tirasse un po’ su il morale, ma la mia ricerca si stava facendo vana. Nel senso che nessuna opera umoristica riusciva ad essere ad un livello più alto del mio tragico umore. La telefonata di Manganelli accentuò ancora di più il dislivello.
“Capo…”.
“Quante volte ti ho detto di non chiamarmi capo. E poi ti ricordo che di domenica…”.
“Mi scusi, commissario, ma…ma…”.
“Non mi dire che oltre al cervello ti si è incantata pure la lingua, anche se a pensarci bene non sarebbe un gran danno”.
“Capisco il suo umore e proprio per questo cerco in tutti i modi di essere garbato”.
“A Manganè, se fai così il tuo garbo è peggio di un vaffan….”.
“Ho capito, commissario”.
“Bravo”.
“E’ stato trovato un morto”.
“Un altro?”.
“Un altro”.
“E dove, se è lecito?”.
“Al cinema”.
“Anche i morti hanno diritto al loro passatempo”.
“Vedo che l’ha presa bene”.
“Benissimo. Se fossero stati due l’avrei presa anche meglio”.
“Allora la sua non è lieve ironia ma un duro, feroce sarcasmo…”.
“Dì pure una discreta incazzatura, se il termine non ti fa effetto”.
“Nel modo più as…”.
“Mangané!”.
“Il morto è stato trovato al cinema Luxor”.
“Sarò lì tra un minuto e sarà bene che ci sia anche te”.
Arrivai al cinema che non c’era quasi nessuno. La cosa mi parve strana, ma poco dopo ne capii la ragione dal tipo di film che stavano proiettando. Trovai Manganelli già sul posto.
“Sono già arrivato, come vede”.
“Ti vedo, ti vedo. Allora, sai già cosa è successo?”.
“Credo di sì, mi sono dato subito da fare. Alla fine del primo tempo del film. Vuole sapere il titolo?”.
“Cosa vuoi che mi interessi il titolo, Manganelli. Vai al sodo, non tergiversare”.
“Alla fine del primo tempo del film…”.
“Lo hai già detto”.
“…all’accendersi delle luci in sala un signore di una certa età ha lanciato un urlo. I pochi habitué…”. Gli lanciai un’occhiata decisa.
“…Insomma quelli che di solito vengono a vedere questo genere di film…”.
“Non fare il razzista. Oggi tutti vengono al cinema”.
“Magari con le mogli ed i bambini”.
“Con le mogli ed i bambini”.
“Magari a vedere…a vedere…”.
“A vedere che cosa, Manganelli. Oggi me la fai più lunga di Serbelloni e Rinesi messi insieme. A vedere che cosa?”.
“…A vedere “Il randello dell’avvocato 2””. Rimasi di sasso, il randello mi aveva effettivamente colpito, ma non volli dargliela vinta.
“Ma figurati, con quello che c’è in giro oggigiorno che cosa vuoi che sia il…
“Il ran…”.
“…quello lì…In ogni modo lasciamo perdere…De gustibus…”.
“De che?”.
“Fa niente Manganelli,…Piuttosto c’è ancora chi ha scoperto il cadavere?”. Il mio braccio destro fece un cenno di assenso con la testa.
“Bene, sentiamo che cosa ha da dirci”. Lo “scopritore” era un tipo strano dagli occhiali spessi e dalla faccia mal rasata. Emanava anche un odore particolare che faceva a pugni con il profumo.
“E’ lei quello che si è accorto del cadavere?”.
“Sì, sono io”.
“Ci dica quello che è successo”.
“Era da poco finito il primo tempo di un film che ad essere sincero…”.
“Lasci stare il film che già mi immagino come sia”.
“Dunque si erano accese le luci, quando io mi alzo un po’ per sgranchirmi e girandomi butto lo sguardo su una persona alle mie spalle. E incomincio a gridare”.
“E perché?”.
“Ma perché, perché…lo può vedere anche lei…”.
Vedendolo anche io riuscii a capire la ragione dell’urlo. Il disgraziato era un tal Ferdinando Falugi di sessanta anni, pensionato, abitante in via dei Pellai 3. Era seduto sulla poltrona con le braccia allargate e il viso leggermente rialzato verso l’alto. Quello che mi colpì era l’espressione terrorizzata ed i due occhi che quasi erano usciti dalle loro orbite.
“Un bella vista, non c’è male. Possibile che sia l’effetto del film?” commentò Manganelli. Non era l’effetto del film ma, come ci spiegò più tardi il solito Serbelloni, della Larussitia-horribilis, un’altra pianta velenosa, che aveva mandato il Falugi all’altro mondo tra le diciotto e trenta e le diciannove, per mezzo di una caramella il cui involucro era stato rinvenuto ai piedi del medesimo.
“Ancora una caramella?”.
“Purtroppo, ancora”.
“Ma siamo sicuri?”. Il Serbelloni non rispose, ma arrossì lievemente.
“Facevo così per dire. E questa volta qual è l’effetto di questa Larussa…?”.
“Larussitia”.
“Di quella lì”.
“Colpisce il nervo ottico e provoca un collasso nervoso”.
“Come se si vedesse il diavolo in persona?”.
“Più o meno, o forse più”.
Rutella, mastellaria, larussitia… ma…ma questi nomi latinizzati derivano dai nostri uomini politici. O sbaglio?”.
“Non sbaglia”.
“Ma perché questa scelta così inusuale?”.
“Perché questi nomi danno proprio l’idea degli effetti che possono provocare i veleni”.
“Porc…la spiegazione non fa una grinza”.
Nessuno degli habitué, come diceva il Manganelli, che erano presenti alla proiezione, riuscì a fornirci una pur misera indicazione sulla persona che, in qualche modo, si era avvicinata al povero Falugi. Il fatto, poi, che si fosse trovato un Cavallo bianco stretto nella sua mano sinistra, ad eccezione di una acuta diarrea al sottoscritto, non fornì nessun aiuto alle indagini.
Fabio Lotti